ROALD DAHL E LA MIA MAESTRA

Tempo fa avevo promesso a me stessa che non avrei mai pubblicato qualcosa di personale su questo blog, volevo metterci soltanto recensioni di libri, di prodotti, di creme, smalti e qualsiasi cosa totalmente frivola che mi passava per la testa. Non è più il tempo di splinder o di tutti quei posti avuto negli anni passati in cui scrivevo qualsiasi stupidaggine personale mi passasse per la testa, pensavo di essere cambiata (maturata no, quello mai, solo cambiata).

A quanto pare non è così, se sono qui a scrivere quello che sto per scrivere è perché alla fine ci devo sempre mettere qualcosa di personale, altrimenti non sono contenta a quanto pare, o comunque non resisto.
Ho scoperto che la mia maestra delle elementari è mancata qualche mese fa. Era ancora giovane, molto secondo me, eppure da un giorno all’altro non c’è più. Non appena ho saputo la cosa ci sono rimasta male, ma alla fine saranno più di dieci anni che non la vedo, ricordo qualche dettaglio di un volto che ho visto l’ultima volta troppi anni fa e basta.

Ovviamente non finisce qui la cosa, il mio cervello comincia a scavare nei ricordi, a cercare nei cassetti più reconditi qualsiasi ricordo di questa persona “vediamo cosa salta fuori” mi dico. Risulta che ricordo benissimo essere la mia maestra di Italiano, ricordo che è stato da lì, dalle elementari, che ho capito quanto le parole mi piacessero (e quanto i numeri mi spaventassero). Ricordo che aveva una massa di riccioli neri, corvini, che teneva sempre abbastanza lunghi, lo smalto perlato sulle unghie corte e un anello, di quelli con la pietra che cambiava colore. Me lo ricordo perché l’avevo visto in un negozio e l’avevo voluto anche io. Improvvisamente realizzo come da bambina adorassi questa persona, che mi insegnava a leggere, a usare i verbi, le congiunzioni, gli aggettivi, e come mi piacesse lei. Era la mia preferita. Il mio cervello e la mia memoria a quanto pare ricordano molte più cose di quello che io, consciamente, ero pronta a ricordare.
Questa persona ha probabilmente influenzato più di quanto io riesca a ricordare la mia persona, e nei giorni successivi giungo alla conclusione che devo a lei se le parole, scritte o parlate, come volete, sono una delle cose che preferisco.
E poi arriviamo al ricordo più grosso.
Un libro. “Le streghe” di Roald Dahl. Letto forse in terza elementare, letto da questa signora ogni giorno per diverse settimane, si metteva a lato della scrivania, in piedi, e noi tutti con le braccia conserte sul banco incantati da questa storia, da lei che quando arriva alla Strega Suprema e alla sua voce stramba tentava di imitarla, pagina dopo pagina catturava la nostra attenzione e finito il libro ci mettevamo a disegnare la nostra personale versione della strega in incognito e della strega in carne ed ossa. Ricordo ore a fare questi disegni, anche a casa, mi piacevano così tanto.
Ricordo di essere in libreria con mia mamma e di aver trovato la stessa versione del libro che stavamo leggendo in classe in quel periodo. Mia mamma me l’ha comprato ed io subito a casa ad imitare la mia maestra. Non lo so con certezza, ma credo sia da lì che mi è nata la fissa per i libri, o semplicemente mi piace credere che uno dei primi libri che abbia letto per intero i vita mia abbia influenzato così tanto il tutto.
E adesso torniamo al presente, i ricordi sono finiti.

Qualche settimana dopo aver scoperto della sua scomparsa sono in un bar per puro caso, di quelli che hanno un piccolo scaffale di libri che si possono prendere, per poi portarne magari altri la volta successiva. Mi piace sempre curiosare, ho trovato qualcosa di carino quasi sempre. Questa volta ci trovo una vecchissima copia di “Le Streghe”, la stessa che aveva la mia maestra, la stessa che è sepolta in qualche scatolone della mia cantina. Questa copia è un po’ distrutta, dai timbri all’interno capisco che apparteneva ad una libreria di un paesino qui vicino, probabilmente l’hanno sostituita con una copia migliore, oppure l’hanno proprio tolta dal catalogo. Questa qui invece, un po’ rotta ma con tutte le pagine, è finita in un bar, e nello stesso bar ci sono finita io.
La porto a casa con me e l’ho qui davanti a me proprio ora.
Io non credo nei segni, in quelle cose lì, non saprei nemmeno come interpretarlo questo segno, sempre ammesso che lo sia. Cosa vorrebbe dire? Davvero non trovo una spiegazione.  Magari non c’è. Magari è troppo complicata.

Sono andata a trovare la mia maestra al cimitero. Sapevo dove aveva la tomba di famiglia perché è vicina a quella di alcuni miei parenti. Le ho portato un fiore, non l’ho mai fatto con nessuno e invece questa volta sono andata dal fiorista, ho preso una piantina, e l’ho portata sulla sua tomba, dove non c’è ancora la sua foto perché è tutto appena successo e ci vuole del tempo, ci vuole sempre del tempo. Penso a suo figlio che arriva e trova una pianta che fino al giorno prima non c’era, e si domanda chi può avercela messa.



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