BOOK REVIEW : GOING OUT - SCARLETT THOMAS


“A volte basta fare delle cose molto semplici per sconfiggere le proprie paure, ma la maggior parte della gente non le fa. Sembra quasi che alcuni godano dei loro timori e facciano di tutto per nutrirli e custodirli”

Ci sto provando a scrivere qualcosa su questo libro, sono giorni che tento.
Il problema è questo: il libro in questione l’ho comprato mesi e mesi fa, era in sconto anche, l’ho iniziato, non mi ha fatto né caldo né freddo e così ho deciso di abbandonarlo. Presa dallo sconforto interiore (storia lunga) un giorno di qualche settimana fa l’ho ripescato e bam, Magia, quella cosa che ti capita una volta su cento, che MI capita una volta su cento: mi sono affezionata a una protagonista e ogni cosa che leggevo sul suo conto sembrava parlasse di me. E ho paura  a parlarne perché sicuramente non le renderò giustizia e magari verrà uno schifo e invece leggerlo è stato bellissimo. Me lo sono portata in vacanza in montagna e facevo fatica a mollarlo. Non appena tornavo in casa e avevo dieci minuti lo leggevo, e più lo leggevo più non volevo staccarmene.

Il mio fidanzato quando l’ha visto mi ha detto “ma che merda stai leggendo?” e gli posso dare ragione, nel senso: copertina imbarazzante ai limiti dell’essere quasi una fanfiction, titolo(traduzione del titolo, pardon) raccapricciante e colori di sfondo obrobriosi. Le premesse sono le peggiori me ne rendo conto, ma bisogna andare oltre, non fate l’errore di fermarvi a queste cose, il titolo di per sé in inglese non è niente di così stupido (un sobrio “going out” che ha molto più senso vista la storia della traduzione), e sulla copertina dai, non soffermatevi.
Torniamo alla storia: Luke ha venticinque anni e non è mai uscito di casa, è allergico alla luce, al sole, la fantomatica malattia si chiama XP e non gli permette di mettere il muso fuori dalla sua camera. Il libro è ambientato presumibilmente negli anni novanta, connessioni internet a rilento che occupano la linea telefonica di casa e cellulari che ancora servivano per chiamare e basta; televisione come unico svago del protagonista e cassette del blockbuster (il blockbuster!) prese a noleggio.

Attorno a Luke ruotano una serie di amici, tra cui lei, la mia Julie, di cui parlerò più avanti, una pazza Charlotte che ho amato parecchio, David la cui unica informazione che abbiamo pare essere un cancro ai testicoli e un paio di altre ragazze di cui ho scordato già i nomi (Leanne, Chantel, può essere?).
L’intero libro non è solo “raggruppiamoci e facciamo uscire Luke da casa” per portarlo da un santone/medico/stregone che Charlotte ha conosciuto in uno dei suoi improbabili viaggi. L’intero libro è sul microcosmo che si creano questo gruppo di amici, fatto di lavori di merda in un ristorante part time, di università non finite, di spinelli e sì, alla fine di un viaggio insieme per tantare di guarire l’amico.

E qui entra in gioco la mia Julie, che oltre a essere la protagonista femminile, presumibilmente innamorata del suo migliore amico Luke (spoiler: non succede un cazzo e questa è un'altra cosa che ho apprezzato tantissimo, NIENTE AMORE BANALE TRITO E RITRITO CHE DEVE ESSERCI PER FORZA ALTRIMENTI NON VENDI), dicevo, oltre a esser il personaggio femminile principale è una figa assurda. E’ strana, almeno tutti la etichettano così, e un po’ la cosa mi fa girare le palle perché non ha motivo di esserlo, la pensa solo diversamente su alcune cose rispetto alla marea di coetanei e quindi è strana, va bene Scarlett, te lo concedo, volevi solo renderla più interessante. Julie è intelligente e si finge una cogliona con poco cervello, vuole stare per i cazzi suoi, non vuole ansie perché ne ha già parecchie, vuole un lavoro semplice perché pensa di poter fare solo quello per avere almeno del tempo da dedicare ad altro, ha quattromila fisse e paranoie, ha paura in modo ossessivo della morte, soffre di attacchi di panico, ha un rapporto di merda col padre e non vede la madre da diversi anni. A parte la cosa della mamma e del papà Juliet sono io in un libro. E più leggevo più me ne accorgevo. 

Potrei andare avanti per altre quaranta righe a parlarvene ma la smetto.  Per farla breve: 1. Non giudicate il libro dal titolo e dalla copertina ma leggetelo, 2. È fighissimo, 3. Il trio Luke- Charlotte-Juliet è una delle cose migliori che ho mai visto, 4. Grazie Scarlett, mi hai fatto scoprire un’amica.


“Ciò che importa sono i libri che leggi, i tuoi pensieri e l’essere onesta con te stessa, chiunque tu sia”.

BOOK REVIEW : NOI SIAMO INFINITO - RAGAZZO DA PARETE


“Ho ascoltato la musica, ho respirato il giorno, ho cercato di imprimere le cose nella mia mente. Cose come passeggiare per il quartiere, e guardare le case e i giardini e gli alberi pieni di colore, e avere la sensazione che ciò sia sufficiente per essere felici.”

Scrivere di questo libro non è facile, perché lo sapevo cosa mi aspettava e invece sono rimasta sempre piacevolmente stupita, pagina dopo pagina.
Il tutto è cominciato anni fa, lo vedevo in giro ma non me ne curavo più di tanto, poi ho visto il film, che ricordo essermi piaciuto (e tra l’altro non lo faccio quasi mai di vedere prima il film e leggere il libro dopo) particolarmente, e ho adorato Emma Watson, con quell’aria un po’ da ragazza adulta, più grande della sua età ma al tempo stesso terribilmente insicura, con le paranoie che tutte ci facciamo ogni singolo giorno.
Poi l’altro giorno a distanza di anni ero in biblioteca e lo vedo, ha ancora la vecchia copertina, non quella figa e rifatta apposta dopo l’uscita del film, a tale proposito ho la netta sensazione che sia uno di quei casi dove per qualche strano hanno deciso di fare un film da un libro che aveva avuto un discreto successo, e poi invece il libro ha avuto più successo dopo, sono corsi ai ripari e hanno pure cambiato la copertina e hey! È quella del film? Vedete? Dai, ora compratelo!
Cosa stavo dicendo? Ah ecco, l’ho visto lì tutto solo e abbandonato e ho iniziato a fare una cosa che non riesco a fare quasi mai, leggere in un posto pubblico, con gente attorno a me. Eppure non mi staccavo da quelle pagine,c he partono forse un po’ lente, giusto per farci capire con chi abbiamo a che fare, cosa potremmo aspettarci, e prendono sin da subito la nostra attenzione.
La forma del romanzo epistolare funziona, è un elemento che appunto ci fa capire qualcosa di più del protagonista, che si descrive all’ipotetico amico di penna che non sarebbe male da avere, quando tutti quelli attorno a te ti stanno stretti, e hai bisogno di qualcuno a cui raccontare il turbinio di pensieri che ti passa per la testa.
Il tema dell’outsider, del ragazzino problematico che si contorna di amici strani o più strani di lui, di libri giusti e di musica è abbastanza ricorrente tra quelli che si possono considerare Young Adult ( e di che altro vuoi parlare, se parli di adolescenti, mi verrebbe da dire) ma non per questo è banale, sicuramente riportano alla mente i “Cercando Alaska” e “Città di carta” se si vuole un paragone, qualcosa a cui rifarsi.
E’ comunque un genere questo che non mi dispiace, sto leggendo altri due libri simili e alla fine penso farò un paragone tra tutti (senza dire, per ora, quali saranno gli altri.. dai, aspettate).
La nota stonata, quello che mi fa un po’ cadere le braccia e che mi fa propendere più per le tre stelline e mezzo che le quattro (anche se su goodreads siamo tutti più buoni e si abbonda sempre) è questa cosa fastidiosissima che capita al protagonista molto spesso: piange. Ma piange per niente, piange nei momenti meno opportuni, piange davanti alla gente, piange a caso. Ma quando mai un adolescente che reprime dentro di sé emozioni e al massimo le sfoga pestando  i compagni (anche con violenza e con apparente poco controllo) si mette a piangere davanti agli amici o davanti alla ragazza di cui è innamorato?  Charlie ma per favore! Ma poi capitasse una volta, lo potrei capire, qui capita praticamente ogni dieci pagine, un ricordo e piange, un litigio e piange. Realismo, ci leggi?

Peccato, perché per il resto il libro segue una buona linea ed è molto piacevole, solo meno lacrimucce e più fatti la prossima volta.

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